Dialogo Letta – Celli: “Quale futuro per le nuove generazioni?”


283 visite Nessun Commento

Negli ultimi 20 anni, per rispondere alla sfida della longevità, la maggior parte dei Paesi ha iniziato a riformare il proprio sistema previdenziale.
A riguardo, pubblichiamo un dialogo fra Enrico LETTA, Parlamentare, e Pierluigi CELLI, Direttore Generale, Luiss Guido Carli [1].

Viviamo in una società in cui nel corso di due generazioni siamo passati dalla marginalità dei vecchi a quella dei giovani. Come se ne esce?

E. Letta: Il rapporto tra generazioni è attualmente caratterizzato dalla marginalizzazione dei giovani, con diverse conseguenze. La prima è che oggi il concetto di rischio è declinato in modo totalmente differente rispetto al passato. Negli anni ’50, quelli del boom economico, c’erano generazioni intere di bambini, giovani e adulti cresciuti con il rischio insito nella loro esistenza, mentre quelle attuali vivono spesso nell’iperprotezione.

Inoltre, queste ultime si trovano di fronte ad adulti-anziani che in tutte le professioni continuano a presidiare i loro spazi “a gomiti alti”. I più giovani fanno fatica a “sgomitare”, appartengono a coorti numericamente più ridotte e, inoltre, si scontrano con un sistema di regole, percorsi di carriera e decisioni organizzati non per aiutarli, ma per essere neutrali nel migliore dei casi, e a vantaggio delle generazioni più mature nel peggiore. Stiamo quindi costruendo un percorso di invecchiamento della nostra società non solo demografi co, ma anche “scientifico”, dal momento che spesso i giovani migliori, se ne hanno l’opportunità, lasciano il Paese in cerca di un ambiente più competitivo.

Credo che la questione chiave sia legata alla parola “rischio”. Per invertire la dinamica attuale, sarebbe opportuno costruire dei meccanismi che portino i giovani a vivere dimensioni di rischio maggiori rispetto a quelli attuali. Dal confronto con le realtà europee potremmo individuare quale paese ha affrontato nella maniera più efficace la questione generazionale, cercando di “importare” i suoi modelli di successo.
Ad esempio, l’Olanda ha creato un sistema che incentiva i giovani a studiare e lavorare contemporaneamente e detiene un tasso di disoccupazione giovanile al 7%, contro il circa 27% dell’Italia. Ritengo che per gli studenti sia fondamentale avere un “assaggio” del lavoro, perché se non si sperimenta il lavoro a 20 anni, ma 30 si lascia passare il periodo più creativo della vita di una persona. Tutto ciò rappresenta un delitto sociale per il nostro Paese oltre a uno spreco di energie.

Stiamo costruendo una generazione di giovani poveri che diventeranno dei vecchi poveri?

P. Celli: La linea di tendenza che si sta affermando, in assenza di cambiamenti, sembra essere la seguente: abbiamo una popolazione giovanile in decrescita dal punto di vista numerico. I giovani contano sempre di meno sia politicamente, dal momento che la politica tende a preservare i segmenti con maggiore incidenza sul voto; sia socialmente, per un’entrata sul mercato del lavoro tardiva e spesso precaria.

I cambiamenti nel mercato del lavoro hanno inciso anche sul percorso individuale, venendo a mancare quell’imprinting che dovrebbe accompagnare l’individuo durante tutta la vita. In passato, la prima occupazione offriva un imprinting e faceva sì che si imparasse molto di più di quanto non si fosse appreso studiando.

L’imprinting a noi era dato dai primi due o tre anni di lavoro all’interno dell’impresa. Se questi anni di lavoro non si riescono più a svolgere in maniera continuativa, non ci si affeziona più a nessuna impresa, senza che poi nessuna azienda si affezioni a quel giovane. I giovani rischiano di diventare rapidamente delle commodities da prendere e lasciare, a seconda delle esigenze di mercato. Continueremo, così facendo, ad avere giovani che escono di casa tardi, con difficoltà a mantenersi autonomamente, e un conseguente allungamento nei tempi di formazione di una famiglia, alimentando così il circuito vizioso della de-natalità.

In questo quadro, diventa rilevante il ruolo delle famiglie e dell’istruzione. Le famiglie sono state per un lungo periodo iper-protettive, senza trasmettere valori fondamentali, per cui i giovani si ritrovano nell’università privi di punti di riferimento. Questo è un problema perché se da un lato la scuola non ha gli strumenti per supportarli, dall’altro l’università non è attrezzata per insegnare loro a lavorare. Il mondo del lavoro si compone di una serie di fattori legati non solo alle conoscenze, ma anche ai saperi pratici. I libri, da soli, non sono sufficienti a trasmettere l’esperienza. L’università, così come è concepita, non adempie più a uno dei suoi scopi fondamentali – quello formativo -, pur assolvendo bene il compito relativo all’istruzione. Le stesse imprese non intervengono su questa lacuna di sistema. Per quanto attiene al ruolo della crisi, si tratta certamente di una crisi occupazionale ed economica, ma è soprattutto una crisi partecipativa. L’istituzione-scuola e l’istituzione-università dovrebbero farsi carico di creare un collante affinché questi giovani, che rappresentano la prima generazione senza memoria storica condivisa, possano vivere un’esperienza che vada al di là della singola carriera di studio.

In questo momento, stiamo mandando sul mercato del lavoro giovani spinti all’ipercompetizione fin dall’ambiente famigliare, ma non esercitati a esprimersi, a confrontarsi e a condividere. Il problema della condivisione e quindi della partecipazione è, in prospettiva, molto più rilevante dal punto di vista culturale e politico di quanto non lo siano i problemi relativi alla crisi economica che stiamo vivendo.

I giovani sono pochi e un terzo di loro è disoccupato: dovremmo essere contenti di avere fatto pochi fi gli, visto che 8 milioni di ragazzi tra i 18 e i 30 anni non riescono neanche a trovare un lavoro?

E. Letta: Credo che la crisi cambierà il paradigma di riferimento: dovremo affrontare il tema della crescita senza occupazione, che è la vera questione che colpisce le nostre società. Per quanto riguarda il caso italiano, durante la crisi le imprese, in particolare quelle del settore manifatturiero, hanno impiegato circa 8 miliardi di euro di ammortizzatori sociali, mettendo in cassa integrazione migliaia di persone. Alla scadenza degli ammortizzatori sociali le imprese si sono riorganizzate per essere comunque competitive con una forza lavoro minore.

È necessario agire sul lato dell’offerta, attraverso interventi di natura fi scale o con nuove regole del mercato del lavoro. Chi può fare questo intervento? In questo caso dovremmo applicare il principio per cui è preferibile che le decisioni vengano assunte dal centro decisionale più lontano, perché se esse vengono prese nell’epicentro della contesa elettorale saranno meno efficaci nel lungo periodo.

Per noi europei il luogo delle decisioni a lungo termine dovrebbe essere sempre di più Bruxelles, essendo difficile per i Governi nazionali, e ancor più per le Regioni e gli enti locali andare contro gli interessi degli elettori attuali. L’unico soggetto che può assumersi l’onere di fare scelte di lungo periodo per i bambini di oggi, che non fanno parte dell’elettorato, è l’Unione Europea. Purtroppo questo non è compatibile con le attuali istituzioni comunitarie. Si può incidere con la politica monetaria, come fa già in parte la Banca Centrale, ma questa va necessariamente accompagnata con una politica economica, fiscale e, aggiungerei, quella di welfare europea.

Pierluigi Celli, diceva di vedere anche un lato positivo, ce lo illustri:

P. Celli: Il problema, come hanno capito alcuni dei giovani più brillanti, non è tanto il ricambio generazionale, ma quello di un patto intergenerazionale.
I giovani, se sollecitati e in qualche modo supportati, possono dare molto, ma non c’è nessuno che si prenda cura di loro. Bisognerebbe incentivarli maggiormente, attraverso la scuola e l’università, a farsi carico dei problemi e invitare i più anziani ad affiancarli e assisterli. Anche nelle aziende questo sistema potrebbe giocare un ruolo fondamentale. La realtà andrebbe esplorata mettendo insieme generazioni diverse, ognuna col contributo che può dare: i più giovani, con la loro energia, volontà, passione e anche inesperienza; i più anziani, con la loro esperienza e alle volte saggezza. Questo tipo di collaborazione può funzionare, se si ha voglia di fare e se la classe dirigente si assume le proprie responsabilità.

Il vero pericolo è quello della “fuga dei giovani”: lo scorso anno, solo in Europa, sono andati via, in maniera definitiva, 22.000 giovani sotto i 40 anni. È quasi un milione e duecento mila il numero di quelli che si trovano all’estero tra i 20 e i 40 anni. Sono tutte risorse, molto spesso di alto livello, che questo Paese perde in parte per sfiducia e, in parte perché questi giovani non si sentono inclusi e cercano di potersi realizzare laddove il merito e i risultati hanno ancora un valore. In particolare, nell’incrocio di queste due direttrici, si permetta di raccontare quanto si è messo a punto in LUISS, come progetti pilota.

Un primo: il LED, laboratorio per l’imprenditoria, rivolto a studenti dell’ultimo anno (anche di altre università), o a neolaureati che, sotto la guida di giovani imprenditori, hanno la voglia di costruire qualcosa di nuovo, raggruppandosi intorno a iniziative da sottoporre a verifica e per cui cercare copertura economica. Parallelamente si sono creati, insieme agli studenti, percorsi e progetti di ritorno nei luoghi di origine, prevalentemente del Mezzogiorno d’Italia. Prendersi carico dei più giovani, metterli in condizioni di apprendere dalle cose, aiutarli a sbagliare senza che questo li paralizzi, sfidarli nelle idee e gratificarli per la curiosità e la voglia di rischiare: questo sarebbe un buon programma per riscaldare l’autunno che arriverà prima o poi.

Sito del progetto LED

Ricerca di AlmaLaurea sulla situazione dei neolaureati rispetto al mercato del lavoro

283 visite Nessun Commento