L’opting out nella previdenza, cos’è e perché ci riguarda


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Com’è noto gli iscritti all’INPS pagano il 33% della retribuzione come contributi previdenziali.
Con la riforma Monti-Fornero calcolare a quanto ammonterà la pensione frutto di questi versamenti è diventato abbastanza complicato. A tal proposito, l’INPS aveva annunciato (ne avevamo scritto qui) la messa on-line di un tool per calcolare la propria posizione previdenziale, la cosiddetta busta arancione.

Un importante innovazione introdotta dalla riforma è la rivalutazione dei contributi versati all’INPS in base alla media mobile del PIL nominale degli ultimi 5 anni.

Anna Messia, in questo articolo su Milano Finanza scrive: “… è stato calcolato, per esempio, che per ogni punto percentuale di variazione del PIL, il tasso di sostituzione del primo pilastro, ovvero la percentuale dell’ultimo stipendio che si trasformerà in pensione, cambia in media di otto punti percentuali.
Se il PIL cresce, insomma, anche la pensione sale, ma vale anche il contrario
. (continua  a leggere su Milano Finanza).
Infatti, non essendo prevista una clausola di salvaguardia, una sorta di rendimento minimo garantito, esiste il rischio che a causa della congiuntura economica i contributi versati vengano svalutati.

In un recente articolo sul suo Blog, Marco Lo Conte, segnala che proprio per effetto di questo collegamento al PIL: “Se si avvereranno le previsioni del Fondo monetario sul PIL italiano, dato in calo nel 2013 dell’1%, i versamenti previdenziali del lavoratori saranno rivalutati per un numero negativo: chi lavora cioè vedrà restituirsi meno di quanto versato all’ente di primo pilastro.” (continua a leggere sul Sole 24 ore)

L’opting out è una proposta che nasce in risposta a questa criticità del primo pilastro, sulla quale c’è ancora molto dibattito tra gli addetti al settore.

In pratica è la possibilità di poter decidere quanto versare all’INPS e quanto ad altre forme pensionistiche complementari, meno legate all’andamento del PIL[1].
Il concetto opting out è già presente nel recente Decreto Salva Italia, nel quale si affidava ad una Commissione di proporre, entro il 2012, possibili “eventuali forme di decontribuzione parziale dell’aliquota contributiva obbligatoria verso schemi previdenziali integrativi in particolare a favore delle giovani generazioni.”
In pratica si vuole creare schemi di opting out per consentire ai lavoratori, in particolare se giovani e con contratti atipici (quindi nell’impossibilità di avvalersi del TFR per aderire ad un fondo), di destinare al finanziamento di una forma di previdenza complementare una parte della loro contribuzione obbligatoria.
Mediante le soluzioni di opting out si otterrebbe certamente una copertura pubblica inferiore ma sarebbe possibile ottenere rendimenti più generosi sui mercati[2].

In conclusione, l’opting out nella previdenza, può essere una via percorribile per raggiungere il comune obiettivo di garantire ai lavoratori una pensione dignitosa?

Il dibattito è aperto, voi cosa ne pensate?



[1] Ad esempio i fondi pensione nel 2012 hanno avuto questi rendimenti medi:
–          FPA + 9% netto in media;
–          PIP 8,9% netto in media;

[2] Fonte il sole 24 ore

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