“Spensionati” e precari, due facce della stessa medaglia


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Le frontiere del mercato del lavoro diventano sempre più evanescenti, fluide. E con esse, si confondono e si attenuano quei ruoli rigidi che corrispondevano ad altrettante età della vita. Prima studenti. Poi lavoratori. Infine pensionati: erano le scansioni tradizionali, in un mondo che sta scomparendo. Adesso le tappe della vita non sono più così semplificate.

Questo il quadro che disegna Rampini in un suo recente articolo.

Ad esempio, continua il giornalista di Repubblica,  sempre più americani decidono di continuare a lavorare in quelli che dovrebbero essere gli anni della pensione.  Come dire “spensionarsi”: ritirarsi dalla pensione per intraprendere una seconda vita professionale dopo i 65, magari i 70 anni.

C’è chi vuole uscire dalla pensione, ma c’è anche chi, la pensione, rischia di non averla a causa della difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro.

Sembra un paradosso ma è la dura realtà. La disoccupazione giovanile è arrivata al 38,4%  in aumento di 3,2 punti annui e si sa: poco lavoro, pochi contributi, poca pensione.
Ma anche tra i giovani che un lavoro sono riusciti a trovarlo, spesso precario, il problema della pensione persiste.

Infatti, attualmente lo Stato italiano integra più del 40% degli assegni dei pensionati, ma per chi ha cominciato a lavorare dal ’96 non questo non sarà più possibile, per questi lavoratori, in sostanza, lo Stato non aggiunge più nulla per integrare le pensioni.
Eppure solo il 30% dei giovani si è costruito una previdenza integrativa. Così in tanti rischiano di trovarsi in difficoltà a fine carriera.

“Due milioni di giovani sappiano, già oggi, rischiano di avere una pensione povera”. Il monito è lanciato da Alberto Brambilla, docente dell’Università Cattolica e fino al dicembre 2011 presidente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale del ministero del Lavoro.

Conciliare le nuove esigenze sia all’ingresso che in uscita dal mercato del lavoro, nell’ottica di un welfare sostenibile, sembra essere la sfida principale per gli amministratori della cosa pubblica del nostro tempo.

Non a caso, nel suo discorso programmatico davanti alla Camera dei Deputati,  il neo Premier Enrico Letta, ha parlato di un sistema di «staffetta generazionale»: lavoratori anziani incentivati a passare al part time con la parallela assunzione di giovani sempre a part time.

Noi, ne avevamo già parlato qui su Previsionari, qualche mese fa:

Ad esempio, si potrebbe ipotizzare la trasmissione progressiva di know-how ed esperienze da parte delle generazioni più anziane verso le più giovani, legando questo processo ad una retribuzione progressivamente proporzionale di entrambi.

Ciò si tradurrebbe con un impegno da parte delle aziende per mantenere in forza due lavoratori di cui:
– uno disposto ad ottenere un impiego con una retribuzione “d’ingresso” per imparare il mestiere che nel giro di pochi anni potrà essere il  suo lavoro;
–  l’altro disposto ad una riduzione del proprio salario per svolgere una attività di coaching , meno legata alla produzione, a beneficio del giovane che gli è stato assegnato, svolgendo questo ruolo gradualmente fino al momento del pensionamento.

Cosa ne pensate?

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