Io e il lavoro: quanto mi sento tutelata?


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hand-851208_960_720Le serate infrasettimanali a Milano possono giocare brutti scherzi (vuoi perché la settimana è iniziata in maniera pesante e non è ancora finita, vuoi perché pregusti il weekend ma sai che è ancora lontano)… e così può capitare che tre amici, un libero professionista e due con contratto da dipendente (io rientro tra questi, ma faccio anche come freelance per varie testate), anziché parlare di viaggi mordi e fuggi, si ritrovino a parlare di lavoro.

Partendo dagli ultimi dati sull’occupazione fino a nominare una parola che tra disoccupazione, stipendio, NEET ecc… trova difficilmente spazio, tra lavoratori o aspiranti tali: tutela.

Una parola che lo stesso Governo ha introdotto con il Jobs Act parlando di “contratto a tutele crescenti”. Plurale d’obbligo per un contratto che, rispetto al passato, fa sì che i giovani alla prima esperienza o chi cambia lavoro dopo  il 7 marzo, le “tutele” debbano conquistarsele sul campo.

Tra me e i miei amici, nessuno ha usufruito del Jobs Act, però la discussione quella sera è stata animata e, se pensate che un dipendente sia a priori più tutelato di un freelance, sappiate che non è sempre così.

Marco, 37 anni, designer di interni con esperienza, qualche anno fa aveva appena firmato il suo primo contratto indeterminato come direttore di negozio, ma solo 3 settimane dopo si è ritrovato senza lavoro. L’azienda, di circa 18 dipendenti, aveva fatto il passo più lungo della gamba e così da un momento all’altro ha deciso di interrompere il rapporto di lavoro. Ha ricevuto l’ultimo stipendio, ma niente TFR, indennità di preavviso ecc… e così è dovuto ricorrere a un avvocato: l’azienda qualche mese dopo ha chiuso senza riconoscergli la giusta liquidazione. Di contro, ha usufruito dell’indennità di mobilità, una tutela che presto però verrà assorbita dalla nuova Naspi. “L’indennità mi ha aiutato, ma se non avessi stipulato in passato un piano di risparmio, avrei davvero fatto fatica”.

Marco ha aperto la partita IVA e lavora 5 giorni su 7 in un negozio. “Quasi come un dipendente, ma non mi lamento: posso dedicarmi anche alla mia attività di home stager. Certo, se mi ammalo per settimane, posso dire addio a parte del mio stipendio. Insomma, le partite IVA quanto a malattia, infortuni hanno pochi motivi per sentirsi sicuri…”

Lara, 35, lavora in un’agenzia come grafica da 10 anni. “Dieci mesi fa sono caduta in ufficio e mi sono rotta la caviglia. Ok, avevo già una polizza infortuni sottoscritta per me dai miei, ma essendo un incidente sul lavoro, ho avuto quello che mi spettava e ho potuto recuperare senza fretta. L’agenzia, però, ora non va bene e così è vero: anche se hai un contratto a tempo indeterminato, spesso non basta. C’è un lato positivo: continuo a investire sulla mia formazione in modo da essere pronta a un eventuale cambiamento”.

Né Marco né Lara hanno toccato il tasto pensioni, cosa cui ultimamente ho pensato spesso. Sarà che ho provato a calcolare la mia pensione sul sito dell’Inps, sarà che una certa prospettiva magari si vuole almeno provare a delinearla, ho cercato di pensare a quanto mi senta tutelata nel mondo del lavoro adesso e quanto mi sentirò in futuro.

Avere un lavoro da dipendente dà numerosi vantaggi, ma il tempo indeterminato ai giorni d’oggi – vedi la storia  di Marco – non è più una certezza.

Credo che una cosa tipica della mia generazione, ossia tra i 30 e i 40 anni, sia il non sentirsi davvero sicuri. Niente più posto fisso o almeno non come lo si intendeva in passato, e una certa flessibilità che, se da un lato  a volte è subita, dall’altro spesso è ambita. Ci troviamo in un’epoca in cui c’è maggiore mobilità, più possibilità di formarsi (grazie al Web ma non solo) rispetto al passato e in cui l’estero spesso finisce alla voce “esperienze”, più di quanto succedesse in passato. Tutela può voler dire quindi avere la possibilità di cambiare, poter contare su un mercato del lavoro davvero libero in cui nessuno resta senza un impiego per più di 6 mesi.

Tutela può voler dire avere la certezza di essere retribuiti nei tempi stabiliti e che il proprio lavoro venga valutato davvero per quello che è.

E in tanti casi sentirsi “tutelati” nel mondo del lavoro vuol dire (anche) trovare da sé delle certezze: attivare un piano di risparmio per avere dei soldi in caso non si possa lavorare per motivi familiari o fisici e pensare a integrare le pensioni con un fondo pensione nel quale far arrivare I propri risparmi o il proprio TFR.

Come dire: vincere le incertezze con una tutela a 360 gradi.

 

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