Vivere a Londra sul filo del destino. Il romanzo non scritto dell’ultima generazione (italiana)


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luggage-1149289_960_720Non solo cervelli in fuga ma giovani spinti alla ricerca di una possibilità qualunque. La difficile realtà che nessuna statistica racconta. E che nemmeno la Brexit potrebbe cancellare

Il più bravo di tutti è stato Marco Mancassola, giovane narratore che su Internazionale ha raccontato chi sono e cosa fanno i giovani italiani che Londra non vuole più. Detto da Mancassola, saggista disincantato che da anni vive a Londra, il ritratto è impressionante. E si racchiude nell’aneddoto che a Londra ormai è un luogo comune. Si dice infatti che in metropolitana, a Londra, l’unica lingua che non si sente parlare mai parlare è l’inglese. Leggende metropolitane, miti d’oggi ma che svelano, nel paradosso, un’amara realtà.

La difficoltà della politica e soprattutto del premier, David Cameron, che nel 2010 si era impegnato a ridurre l’immigrazione a 100.000 ingressi all’anno. Una scelta che non ha funzionato nei fatti perché alla riduzione delle quote degli immigrati che vengono fuori dall’Europa, l’Inghilterra ha dovuto fronteggiare l’aumento di quelle interne all’Europa. Un dato per tutti: nel 2015 la migrazione netta nel Regno Unito è stata di 330mila persone, di cui oltre la metà, 184,000, venivano da paesi dell’Unione Europea.

Un altro dato è che una delle lingue più parlate a Londra sia ormai l’italiano. Secondo le classifiche (inglesi) il dialetto di Dante sarebbe fra i primi dieci idiomi più frequentati a Londra. “Sui treni”, scrive Mancassola, “sugli autobus, nelle palestre, nei pub, ovunque risuona la lingua morbida del Belpaese. Bambini che giocano vociando in italiano al parco. Uomini in giacca e cravatta che imprecano al telefono in italiano mentre escono da un ufficio. I cassieri di un Whole Foods, il supermercato chic di cibo sano, che scherzano in bolognese. Una voce che intona Sei bellissimo, una mattina presto, su una strada bagnata di rugiada vicino Brockwell Park”.

Così, la sindrome Brexit, la scelta a cui in queste ore i cittadini britannici sono chiamati potrebbe ritorcersi soprattutto contro gli italiani, giovani, talentuosi e di belle speranze frustrate in patria? Purtroppo la possibilità c’è, ma non nel senso ovvio che si potrebbe pensare. La realtà infatti è un po’ diversa e c’è voluta un’italiana di successo, Barbara Serra, anchormen di Al Jazeera e personalità di spicco nella comunità giornalistica mondiale, a dirla nuda e cruda. Sull’Huffington Post Serra sintetizza il punto di vista della middle class londinese e anglosassone: perché si dovrebbe negare il permesso di lavoro a un chirurgo indiano per far entrare l’ennesimo barista italiano? “Domanda antipatica, ma valida”, conclude amaramente Serra.

Il punto è proprio questo. Sebbene classifiche e numeri ufficiali siano difficili da ottenere, dopo polacchi, rumeni e bulgari, che ormai superano (di molto) il milione di unità, gli immigrati in cerca di lavori (qualificati, ma ormai soprattutto non qualificati, ovvero qualunque) provengano soprattutto dai paesi più colpiti dalla crisi dell’Euro e dalla disoccupazione, cioè da Grecia, Italia e Spagna. Tra questi, gli italiani sarebbero secondo l’ambasciata italiana 600 mila, in crescita costante. Giovani non troppo allegri come invece quelli che nei decenni passati li hanno preceduti, ma alla ricerca di un lavoro, un lavoro qualunque. Ragazzi e ragazze che non seguono la loro stella ma sono costretti dalle contingenze, difficili e spesso senza via d’uscita, a lasciare il proprio paese. Il sito reed.co.uk che registra milioni di opportunità di lavoro e segue le vicende, spiega come i candidati italiani a Londra sono aumentati del 300 per cento in quattro anni. Confrontando questi dati con quelli ufficiali del governo italiano, emerge che la maggioranza degli arrivi ha trentacinque anni e un quarto fra i trentacinque e i quarantaquattro.

Di fronte a questa tendenza, i casi di Emanuele Farragine, professore calabrese di sociologia a Oxford, e del riminese Niccolò Cavalli, ricercatore di economia nella stessa università, insieme a quelli più noti di Vittorio Colao, CEO mondiale di Vodafone, o della bella Livia Giuggioli, produttrice cinematografica e moglie dell’attore Colinf Firth, fanno pensare.

Un dato è certo. Qualnque sia l’esito della Brexit, lo scenario che si delinea è che Londra e il Regno Unito attraggono giovani disillusi, assieme a quelli che coltivano il loro sogno. Per loro leave o remain non conta molto. Quello che conta è che Londra diventi lo spunto per una riflessione più ampia, che l’Unione Europea deve fare in una strategia di lungo raggio. Una nuova idea d’Europa che, pur mantenendo le differenze e le specificità, apra una riflessione ampia sul tema del lavoro e delle opportunità per le nuove generazioni. E’ riuscita a dirlo bene Annalaura D’Angelo, esperta di mass media e pubbliche relazioni che a Londra vive da anni ma che ogni giorno è in bilico, sulla voglia di tornare. “Il difficile è restare in equilibrio ogni giorno, in una città che non la smette di oscillare”. Londra è così. “Un parco giochi, un caleidoscopio per luci e ombre in perenne evoluzione. Cambi casa ogni sei mesi, lavoro ogni tre o forse due, linea di metropolitana ogni sette minuti, amicizie si spera meno di frequente. Avanzi di carriera con facilità, inarchi le spalle e abbozzi un sorriso quando ti fanno i complimenti per l’inglese, esplodi di nervoso ogni volta che una nuova relazione, preannunciatasi chiaramente come vuoto a perdere, arriva al capolinea. Esplodi, appunto: ti concedi al massimo un paio di giorni di malumore e basta, non puoi farti sorprendere dai sentimenti, Londra non concede sconti a chi rallenta, e non è un falso luogo comune”.

Insomma, è proprio come nella canzone americana. “Taking steps is easy; standing still is hard”.

 

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