Risparmi, in Italia si sceglie la previdenza integrativa


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yes-238373_960_720In tempi di crisi economica gli italiani si rifugiano nella previdenza complementare.

Con una contribuzione annuale media che varia dai 1.800 ai 2.300 euro cresce, infatti, il numero di coloro che decidono di investire sul proprio futuro pensionistico.

A fine 2015, il numero degli iscritti ai vari fondi era di 7,22 milioni rispetto ai 6,44 milioni dello scorso anno, con un incremento di 780 mila unità. Gli iscritti, hanno raggiunto quasi il 30% del potenziale dei lavoratori attivi e sono più che raddoppiati dall’entrata in vigore della nuova disciplina relativa alle forme pensionistiche complementari (dlgs n. 252/05).

A fine 2015 i piani individuali pensionistici di tipo assicurativo (Pip) contavano quasi 3 milioni di iscritti, di cui circa 2,6 milioni iscritti ai Pip «nuovi» (cioè costituiti o adeguati al dlgs 252/2005) con un aumento del 10% delle iscrizioni rispetto all’anno precedente (erano 2,4 milioni nel 2014).

Questa modalità si conferma ancora una volta quella più gettonata dai risparmiatori. Le risorse destinate dai Pip nuovi alle prestazioni risultano pari a 20 miliardi di euro. Sommate anche ai Pip «vecchi» conducono a un totale 26,8 miliardi di euro.

Continuano a crescere anche le adesioni ai 36 fondi pensione di natura negoziale operanti nel Paese. Alla fine dello scorso anno, infatti, si contavano 2,4 milioni di iscritti. Rispetto all’anno precedente, si registra un significativo incremento del numero totale degli iscritti (+ 25% rispetto ai 1,9 milioni di fine 2014) dovuto principalmente alle adesioni «contrattuali» del Fondo Prevedi per i lavoratori edili. Mentre il patrimonio complessivo è salito a 42,546 miliardi di euro (a fine 2014 era pari a 39,644 miliardi euro) con una crescita di 2,9 miliardi di euro.

Bene anche i fondi pensione aperti. A fine 2015, i 50 fondi pensione aperti attivi in Italia (56 nel 2014) contavano 1,1 milioni di iscritti, in crescita dell’8,8% rispetto all’anno precedente (in cui gli iscritti a tali forme di previdenza complementare erano 1,06 milioni). Le adesioni collettive, pur se rilevanti e in leggera crescita, rappresentano circa il 20% del totale degli iscritti ai fondi aperti.

Il patrimonio complessivo per i fondi pensione aperti ammonta invece a 15,430 miliardi di euro.

Il contributo medio degli iscritti è pari a 1.860 euro per i piani individuali pensionistici (pip). Per queste forme previdenziali, a differenza dei fondi aperti, i dipendenti versano in media meno degli autonomi o dei non lavoratori (lavoratori dipendenti: 1.740 euro; lavoratori autonomi o non lavoratori: 2.110 euro).

Dopo i dettagli sulle diverse forme integrative torniamo a parlare più in generale sui risultati ottenuti in ambito previdenziale.

Seppur in calo rispetto al 2014, i rendimenti dei fondi pensione si mantengono per il 2015 su buoni livelli. E comunque superiori ai rendimenti obiettivo costituiti da inflazione, media quinquennale del pil e tfr. È quanto emerge dal terzo rapporto annuale «Investitori istituzionali italiani» pubblicato dal Centro studi di Itinerari previdenziali guidato da Alberto Brambilla. Un documento che mappa il risparmio previdenziale degli italiani: 262,07 miliardi, cioè il 16% del prodotto interno lordo, gestiti da fondi pensione, casse professionali e sanitarie, fondazioni bancarie.

Va rilevato, in ogni caso, che il 40% degli iscritti ai fondi pensione (1 ogni 2,5 iscritti) non ha effettuato versamenti nel corso dell’anno (un +6% rispetto all’anno precedente).

Sebbene i lavoratori dipendenti rappresentino solo il 51,2% del totale degli iscritti, da questi proviene circa il 66% dei flussi contributivi (per metà attraverso destinazione del tfr al fondo pensione).

Alla fine del 2015, il flusso di Tfr conferito ai fondi pensione è rimasto sostanzialmente stabile a 5,5 miliardi e non è stato intaccato dalla possibilità, concessa dalla Stabilità dell’anno scorso, di riceverlo in busta paga. Un chiaro segnale che i cittadini hanno preferito continuare ad accantonarlo piuttosto che riceverlo in anticipo, ma assoggettandolo all’aliquota Irpef ordinaria.

Non stupisce che persino in tempi di crisi, gli italiani si stiano rivolgendo alla previdenza integrativa, cercando di calcolare la pensione futuraconsapevoli che le continue riforme in atto e gli aggiustamenti sulle pensioni potrebbero verosimilmente mettere a rischio il loro standard di vita durante la vecchiaia.

C’è qualcosa su cui poter intervenire per incentivare maggiormente alla previdenza integrativa?

Di seguito alcuni aspetti su cui riflettere:

  • scarsa attrattività per i giovani lavoratori, quelli che saranno tra i più penalizzati dalla previdenza pubblica. Appena il 22,6% degli iscritti ha meno di 35 anni, soltanto il 16% della forza lavoro complessiva per questa fascia di età.
  • contenuto incremento della cosiddetta portabilità, nonostante gli sforzi profusi per favorire il trasferimento di ciascuna posizione da un fondo all’altro cercando condizioni migliori (in particolare sui costi), meno dell’1% del totale degli iscritti nel 2015 ha approfittato di questa opportunità.
  • alto ricorso alle erogazioni di prestazioni pensionistiche in capitale (circa 58 mila). Le posizioni individuali trasformate in rendita invece sono state nel complesso solo 3.300. Più che dalla pensione di scorta, chi raggiunge il diritto alla prestazione è attratto dalla possibilità di portarsi a casa un gruzzoletto.
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